Teresa, regina del Portogallo

Teresa, regina del Portogallo

L’aria brumosa e umida saliva dal fiume e si diradava a fatica al contatto coi raggi tiepidi del sole d’aprile. Lei gli comparve davanti all’improvviso e Matteo Chiavacci, detto Castorino per via degli incisivi perennemente conficcati sul labbro inferiore, smise di spazzare. La signora gli porse la mano con gentilezza. Il netturbino si appoggiò al lungo manico della scopa e senza osare toccare le dita grassocce quasi interamente ricoperte di anelli, salutò: “Buongiorno signora.”
Lei sorrise con benevolenza, poi, chinando lievemente la testa disse con naturalezza: “Mi serve un pioppo!”.
Il Castorino tirò dentro il labbro inferiore e ci piantò ancor più i denti. Nessuna delle risposte che gli
passarono nella testa sembrava quella giusta, e fece fatica a decidersi a rispondere: “Non abbiamo pioppi. Ci sono peri, meli e anche cedri... ma pioppi neanche uno.”
Lei corrugò la fronte e ribadì la sua richiesta: “Come ho detto ho bisogno di un pioppo. È l’unico che ha il tronco liscio per potermi sedere comodamente e con tanti rami flessibili ed elastici per appenderci abiti e gioielli.”
Castorino si appoggiò alternativamente alla gamba destra e poi alla sinistra, infilò la punta della lingua fra i denti prima di rispondere: “Vede, signora, non è facile trovare un pioppo come vuole lei. Forse la prossima piena ne porterà giù uno, forse no. L’Arno è sempre stato capriccioso, non accetta ordinazioni...”
“La servitù non è più quella di una volta!”, sbottò lei piuttosto stizzita e si voltò, facendo roteare elegantemente la larga gonna.
Castorino ricominciò a spazzare con la pacata energia di gesti usuali, poi si rammentò di qualcosa e lasciò la scopa per rincorrere la signora già lontana. “Aspetti, - le gridò - Ho una cosa per lei.”
Lei si fermò, diritta ed altera, ed il netturbino tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di fogli di carta stagnola.
La bocca della signora si schiuse in un “oh” grato di meraviglia e subito tese la mano.
“Sono gli incarti delle uova di Pasqua di mio nipote e questa piccola rossa è di un cioccolatino.”
Nello sguardo della donna si accese il desiderio: “Sono bellissime!” fece quasi in un sospiro. A dimostrazione di quanto le fosse gradito quel dono, le strinse al petto e gli occhi le si inumidirono.
“Avrò dei gioielli nuovi per il ballo di sabato sera a palazzo reale. Mi spiace, - aggiunse con sussiego - non potervi invitare, ma la posizione sociale è importante.”
Si allontanò strusciando la suola delle scarpe sul marciapiedi, come se, invece di camminare, danzasse al ritmo di una musica che solo lei sentiva.
Castorino scosse le spalle e mormorò che comprendeva e che era giusto così, poi riprese fischiettando il suo lavoro. Si era convinto, non si sa come, che incontrarla portasse fortuna e immancabilmente giocava al lotto. Da anni sempre i soliti tre numeri: 22, 17 e 20, il matto, la disgrazia e la festa. In effetti non aveva mai vinto, ma continuava. Vederla lo faceva sentire bene e spazzava la strada con più vigore, quasi che lei avesse un potere taumaturgico nascosto e curasse i suoi acciacchi.
Anche agli altri faceva lo stesso effetto. Del resto la Tere’ noia non ne dava. Qualcuno, come il netturbino, l’assecondava, altri la scansavano, ma tutti, chi più chi meno, si sentivano rasserenati.
Nessuno ricordava quando era comparsa la prima volta. Aveva attraversato il ponte Santa Trinita spingendo un variopinto carrettino stracolmo di sacchetti. A quel tempo funzionava ancora l’albergo dei poveri e la gente di San Frediano era avvezza a quei personaggi un po’ pittoreschi, ma sempre scomodi che trascinavano la loro vita chiusa in pochi fagotti di plastica. La Tere’ era diversa. Pulita, profumata, truccata, vestita con larghe e lunghe gonne incrostate di piccole pietre lucenti.

Parlava molto bene, in un italiano elegante, d’altri tempi, con un leggero accento straniero, che evocava terre lontane, esotiche. All’inizio parlava di rado, più che altro coi bambini. Allora giocavamo ancora sulla piazza: giochi di guerra, colpendoci a vicenda con pistole fatte con le dita delle mani.
Facevamo: “Bum! Sei morto!” e la risposta era sempre: “Non sono morto, mi hai solo ferito!”
I più fortunati avevano fucili artigianali di legno di balsa e facevano “Bum!” più forte perché colpivano più lontano.
La Tere’ si sedeva su una panchina e dichiarava: “Sono la regina del Portogallo. Mi hanno ucciso il marito e rubato la corona. Le mie figlie sono in un convento. Aiutatemi miei prodi a riconquistare il Regno e vi nominerò tutti cavalieri.”
Galvanizzati, eccitati, ci lanciavamo nell’impresa al grido: «Per Teresa, regina del Portogallo!»
Allora lei saliva sulla panchina e stava ad osservare, sgranando un rosario con gli occhi lucidi.
Vinceva sempre la mia squadra (e io combattevo per lei!) perché una volta che perse, la sua disperazione fu così grande ed evidente che sembrò volersi uccidere sul serio.
Poi venne l’autunno e con questo la pioggia, la scuola e la televisione. I ragazzi smisero di giocare in piazza e la Tere’ scomparve. Tornò a primavera, insieme alle rondini che riempivano di nidi il campanile e ingaggiavano in cielo gioiose gare di velocità con i grassi e malaticci piccioni stanziali. Così fu, anno dopo anno, non saprei dire per quanto perché io avevo smesso di giocare ai giardini e combattevo per altre sottane ben più corte di quelle della Tere’. Una volta, in seconda liceo mi pare, avevo fatto forca, andai con la Camilla (o era la Francesca?) in riva all’Arno a pomiciare. Lei era lì, seduta sull’erba, costruiva complicati fiori di carta. Così, per fare il ganzo le gridai: “Oh Tere’, l’avete riavuta la corona del Portogallo?”
Lei mi rispose serena: “No. Il mio esercito è stato distrutto.”
“Mi spiace!” E mi spiaceva davvero, ma lei continuò allegra: “Mia figlia andrà in sposa al principe di Tenerife e mi sto preparando il vestito per la cerimonia.”
Arrossii come un ladro e mi allontanai con la mia compagna.
Nelle sere d’estate i gioielli di latta della Tere’ tintinnavano allegramente mentre danzava. I turisti grati per lo spettacolo le lanciavano monetine e la vita andava avanti. Chiusero l’albergo dei poveri e sparì per un po’. Io passai indenne il ’68, troppo piccolo e proletario per la lotta di classe e poco interessato alla scuola per fare rivolte studentesche.
Qualcuno disse che la Tere’ era stata ricoverata in manicomio, dove, a forza di elettroshock l’avrebbero rinsavita. Per fortuna non fu così e a primavera ricomparve, accolta da tutti con gioia, vestita con una camicia sgargiante e una gonna di seta ricamata. Lo strato di cipria nascondeva le rughe e le belle labbra erano disegnate di un rosso acceso. Dormiva sotto il ponte in un riparo fatto di stracci e rami che si arricchiva ogni giorno di nuove decorazioni.
Il Castorino era quello più generoso e le procurava stracci, sciarpe o foulard persi da ignari passanti.
Le mani abili della Tere’ trasformavano la carta in collane, anelli, bracciali, cinture.
Se ne ornava, leggiadra e vezzosa, e poi si sedeva sui gradini della chiesa, così i raggi del sole donavano bagliori e vita ai suoi gioielli.
Un mattino Artemio, il Tombarolo, la vide e si innamorò.
Artemio era di Volterra dove, si diceva, aveva lavorato come guardiano di una villa. A San Frediano aveva comprato un negozio di rigattiere ben avviato e viaggiava con una sfavillante Gilera rossa d’epoca.
Nel bar si favoleggiava che il capitale gli venisse da preziosi tesori trafugati dalle tombe etrusche e continuasse ancora in loschi traffici.
Fu giocoforza dimenticare che si chiamava Artemio e ribattezzarlo il Tombarolo. Questo prima di conoscerlo bene, perché poi ci si accorse che era tirchio come nessun altro. Si sarebbe sfamato con le briciole rubate ai piccioni, pur di non spendere, e camminava con passo leggero per non consumare le suole. Se qualcuno si avvicinava ad ammirare la sua Gilera, subito usciva dal negozio e proponeva: “Guardare costa un tanto a minuto! Volete uno sconto comitiva?”
Guadagnava bene e risparmiava meglio, tanto da venir portato ad esempio da mia madre che rimproverava i miei sprechi e minacciava di mandarmi a scuola da lui. Anche le mie varie fidanzate me lo additavano rimproverandomi di somigliargli, “braccino corto” com’ero in fatto di regali.
Il tombarolo si innamorò della Tere’ in modo imprevisto, sconvolgente e totale.
Uscì venti volte dal negozio per guardarla senza osare avvicinarla. All’ora di pranzo si decise ed andò a presentarsi con un pacchetto in mano.
La Teresa interruppe il suo lavoro e accolse l’offerta con la grazia dignitosa che le era propria. Porse la piccola mano e offrì al Tombarolo un caldo sorriso di ringraziamento.
Artemio stette in piedi a contemplarla, con gli occhi sgranati, come un devoto davanti alla Madonna.
I soliti sfaccendati che già dal mattino si erano installati nel bar uscirono dandosi la voce e si fermarono stupiti. Che il Tombarolo facesse un regalo era probabile più o meno come che piovesse da sotto in su, eppure, davanti ai loro occhi, si stava verificando questo evento inaudito.
Le scommesse e i commenti si sprecarono perché, a San Frediano, soldi ce ne sono pochi e ci si nutre anche di storie come queste più che di pane.
Nel pacchetto c’era un cammeo e la Tere’ lo indossò la sera, insieme a quelli meno preziosi, ma più artistici che si era fabbricata da sola. Lo indossò per far piacere al suo cavaliere, che l’accompagnò alla festa in piazza.
Ogni giorno, per settimane, Artemio continuò la corte discreta ma intensa e ogni volta le portava un dono. A volte fiori, a volte ninnoli, anellini d’argento, piccole pietre dai colori vivaci che lei accoglieva senza avidità, con la gioia e l’entusiasmo di una bimba. La sua felicità era contagiosa e si attaccava anche al Tombarolo che rideva e scherzava persino coi clienti.
Quando arrivò la chiamata al 118 e dissero l’indirizzo, mi sentii una specie di vuoto dentro. A San Frediano abitano tutti i miei parenti e gli altri sono amici. Che fosse la Teresa non me lo aspettavo proprio e ci stetti malissimo.
L’avevano trovata due pescatori sotto il ponte, riversa sul suo letto di stracci. Aveva il volto così sereno che sembrava dormisse, invece qualche balordo di tossico le aveva tagliato la gola per portarle via quei quattro ciondoli che le ornavano il collo.
Il Tombarolo mi assalì: “Perché, dottore, non ha provato a rianimarla?!” Piangeva disperato per essere stato, coi suoi doni, l’involontaria causa di quella morte. Dovetti somministrargli un calmante, mentre la portavano via.
Il funerale della Tere’ fu il più bello che si sia mai visto, degno della vera regina del Portogallo. Artemio vendette persino la sua Gilera per pagarlo e sulla cassa, sopra la croce, fece inchiodare una corona di ottone lucido.
Chiusero il bar e i negozi come per lutto cittadino e noi tutti, che eravamo stati il suo esercito, vi partecipammo schierati come veri soldati.