PresenzeAssenze

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Perché? Ogni sera mi chiedo il perché.

Puntualmente mi riprometto che è l’ultima volta e puntualmente mi ritrovo a guardare film inquietanti o a leggere libri dalle trame terrificanti sempre e solo prima di andare a dormire. Stavolta è il turno di un vecchio episodio di X-files dove un essere mutato geneticamente deve nutrirsi ogni trent'anni di cinque fegati umani per vivere in eterno. Una storia tranquilla, insomma.
E ogni volta che lo schermo del televisore resta senza immagini, l’angoscia si siede accanto a me. E iniziamo a mercanteggiare. Vorrei materializzarmi in un istante nel mio letto, chiudere gli occhi, dormire senza interruzioni fino a che la sveglia non mi riporti nel mondo dei vivi. Ma raramente succede questo. Quasi mai negli ultimi mesi.
Sarà che da quel 24 agosto dell’anno scorso, quando alle 3.36 la terra ha iniziato a tremare e a far tremare gli animi del centro Italia, che difficilmente riesco ad affidarmi a Morfeo senza pensieri. Ricordo perfettamente il boato dal basso, il comodino che si cimenta in una sorta di tip-tap nevrotico, le ante dell’armadio che sbattono come in balia del vento. E un’interminabile paura. La tua testa che ti grida di metterti al riparo ma le tue gambe sono pesanti, macigni, che non ti portano da nessuna parte. La paralisi totale, il panico puro.
Sarà poi che negli ultimi quattro mesi la mia casetta tranquilla nel mio tranquillo paese umbro si è trasformata in un cantiere con un viavai di gente e rumori. La mia reggia di 65 mq si sta ampliando; la cantina, da sempre regno indiscusso di ragni e muffa si sta trasformando in una piccola taverna. Un bruco che diventa farfalla. Solo che le larve non si interfacciano con le fatture di operai, idraulici e falegnami. Il primo piano ora comunica internamente con il seminterrato e un’ampia finestra a livello stradale dà luce al tugurio trasformato in Eden. Ed è proprio questa finestra una delle cause della mia inquietudine. Non avendo ancora nessuna inferriata di protezione, la mia mente contorta ha già elaborato più volte immagini di ladri e malviventi di ogni sorta intenti ad intrufolarsi in casa per accedere poi al piano superiore.
Inquietudine alimentata anche e soprattutto dal mio amore sconfinato per le storie cupe, noir, per i thriller, per i racconti gotici, per il lato oscuro, per il paranormale, per mostri, alieni e tante altre cose poco rassicuranti. È più forte di me, è una droga, una dipendenza. Più la paura aumenta e più il mio corpo e la mia mente reclamano altre storie da assaporare, altri mondi da scoprire, altri personaggi da cui fuggire. Nera linfa vitale.
Il pranzo da portare in ufficio è pronto, la cucina è stata messa in ordine. Non resta che la doccia e poi il letto.
Detto così sembra facile e indolore, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo l’oscuro. La televisione spenta fa piombare la casa nel silenzio totale.
Rumori che non esistono iniziano a rimbombare nella mia testa, passi di persone che non sono reali iniziano a visitare le stanze attigue.
Mi faccio coraggio e accendendo luci su luci mi dirigo verso il bagno. La plafoniera non mi è molto d’aiuto e la stanza resta immersa in un chiarore piuttosto debole. Do vita alla piccola radio ancorata miracolosamente alla mensola vicino alla finestra e una canzone rock anni ‘80 squarcia il silenzio.
Inizio a spogliarmi e i piedi, ora scalzi, passano dal gelo del pavimento alla morbidezza rassicurante del tappetino. Apro il getto della doccia e allungo la mano per controllarne la temperatura, prima fredda e via via più calda. Aspetto che raggiunga quella di un geyser naturale ed entro. Chiudo gli occhi e lascio che l’acqua bollente mi cada prima sul viso poi sulle spalle per un tempo indefinito. Mi insapono con lentezza per poi risciacquarmi con altrettanta lentezza. L’acqua calda riesce a calmarmi e rilassarmi. Per questo vorrei che la doccia durasse un’eternità.
All’improvviso la musica rock del canale radiofonico vintage si interrompe. Non è un problema di elettricità, si è spenta solo la radio. I miei nervi subiscono una stoccata e la mia mente paranoica inizia di nuovo a produrre pensieri e rumori vorticosamente.
“Devo assolutamente smettere di vedere e leggere certa roba”, penso mentre esco dal box doccia e con una gamba sospesa nel vuoto vado alla ricerca del tranquillizzante tappetino.
Agguanto l’accappatoio appeso di fronte e mi ci avvolgo. Passo la mano sullo specchio appannato e formo dei cerchi.

Pian piano riappare la mia immagine e solo quella. “Ovvio, chi dovrebbe esserci in bagno, oltre a te?”

Sospiro. Fa freddo nonostante sia primavera inoltrata. Mi avvicino alla finestra e provo a rianimare la radio. Nulla. Si sarà rovinato qualche circuito, niente di che. Ma so già che questo sarà l’incipit di una nuova notte insonne.
Dannazione! Mi sono dimenticata di prendere il pigiama e la biancheria pulita. Il che significa che dovrò affrontare la cucina e ben una rampa di scale armata solo di accappatoio per raggiungere la stanza da letto. “Giulia sei sola, in casa non c’è nessuno. I rumori sono solo nella tua testa!” Quello che cerco di ripetermi continuamente ogni volta che rientro a casa la sera e mi accoglie il silenzio. Così, automaticamente, accendo la televisione o la radio per riempire in qualsiasi modo quella quiete sinistra.
Respiro, mi faccio coraggio, infilo i piedi bagnati nelle scarpe da ginnastica e corro, sì, corro al piano di sopra.
La stanza da letto è gelida. Siamo a fine maggio e la mia stanza è ghiacciata. Apro l’armadio e arraffo la biancheria, frugo nel letto alla ricerca del pigiama, lascio le scarpe per le pantofole e torno di sotto.
Attraverso la cucina e mi avvio verso il bagno quando mi accorgo che la luce è spenta. Impossibile. Eppure è così. Sotto all’accappatoio la pelle d’oca ha trovato dimora. Sono come pietrificata ma non posso restare lì. Accendo nuovamente la luce in bagno ed entro. Meccanicamente inizio a guardarmi intorno. “Eri qui, sola, cinque minuti fa. Chi o cosa vuoi che ci sia ora?”. Eh, parla bene la parte razionale del mio cervello.  Vallo a spiegare al cuore che aumenta progressivamente il suo battito e alle mani gelate che stringono con forza l'accappatoio, quasi a strapparlo, e con la velocità di un trasformista me lo tolgo e indosso il pigiama.

Mentre asciugo i capelli la radio improvvisamente si rianima. Sobbalzo e con un gesto fulmineo spengo l'infernale arnese. Una volta domata la criniera, sistemo velocemente il bagno per rifugiarmi quanto prima nel letto. Spengo tutte le luci e mentre passo in cucina, guardinga e con le antenne dritte, sento un tonfo dal basso.

“Calma Giulia, non è nulla”. Poi un rumore sordo, più forte, sempre dal basso.
Salgo a due a due le scale e in un secondo scappo al piano di sopra. Spalanco la porta della stanza da letto e...l'Inferno. Non c'erano fiamme o gironi danteschi ma il calore era più o meno quello. Guardo la sveglia sul comodino e sgrano gli occhi: l'orario sballato segnava le 3.36, la temperatura dai 10° di qualche ora fa era schizzata a 30°.
“Ok, ok. L’orologio non funziona, semplice”. Però il caldo c'è, eccome.
Manca poco alla mezzanotte, dovrò essere in piedi fra non più di sei ore e i miei occhi sono ancora belli che spalancati; gironzolo per la stanza e mi guardo attorno. È un rito che svolgo ogni sera, un controllo rapido in ogni angolo della camera, così, per alimentare le solite fobie.

“Che stupida che sono!”

Me lo ripeto sempre mentre chiudo a chiave l'uscio della stanza, dopo aver controllato se la porta finestra che dà sul terrazzo sia ben sigillata.
Spengo la luce sul soffitto e accendo la lampada sul comodino. Mi siedo sul letto e guardo l'armadio chiuso come se all'improvviso dovesse uscirne fuori un cucciolo oscuro di Shub-Niggurath. Maledetto Lovecraft! Regolo la sveglia e finalmente mi corico. Tiro la coperta leggera fin sopra alla testa, col rischio di soffocare. Mi giro su un fianco per poi girarmi di nuovo con gli occhi puntati al soffitto. La temperatura nella stanza è di nuovo scesa. Ed è scesa pure quella del mio corpo. Sento freddo improvvisamente e senza una ragione. Un brivido percorre ogni centimetro di pelle e i miei pensieri non fanno che amplificare il gelo percepito.
La mente corre verso mille direzioni. Le orecchie sono tese come le corde di un violino. Da quel dì di agosto, durante ogni notte, ogni singola notte, nessun rumore sfugge al mio radar. La paura di sentire nuovamente ondeggiare il letto, l'angoscia che ti porta a restare sempre in allerta, con un piede già fuori casa e il terrore di non avere più una casa da un momento all'altro. La rassegnazione di sentire la terra oscillare e pensare di non avere via d'uscita, di perdere tutto da un momento all'altro e di non poter fare nulla per evitarlo. Notti insonni che seguono notti insonni.
 Per non parlare degli sporadici rumori provenienti dalla soffitta. All'inizio avevo pensato a degli innocui topolini, ma in realtà non c'era nessun roditore lì. Avevo scomodato più volte mio padre per ispezionare il sottotetto, ma di forme di vita nessuna traccia.
Però i rumori c’erano e non nella mia testa. Piccoli passi, a volte lenti, a volte veloci.
E ai rumori dall'alto si aggiungevano quelli nella stanza. All'improvviso, nel cuore della notte, sentivo bussare. Sì, bussare. Come quando si bussa ad una porta prima di entrare. Peccato che il toc toc provenisse dal muro alla mia destra. Da dentro il muro.
Allora accendevo di scatto la luce, fissavo la parete e iniziavo la veglia. Appena le palpebre accennavano a calare e la luce si spegneva, un ticchettio. Un ticchettio alla porta finestra. Era come una sinfonia macabra, quasi tutte le notti. Passeggiare, bussare, ticchettare. Passeggiare, bussare, ticchettare.
A questo poi si sommavano le presenze che avvertivo in casa. Non sempre, solo in alcune circostanze. Ma forse mi ero solo fatta suggestionare dai racconti dei vicini.

Avevo comprato quella casa solo due anni prima e la precedente proprietaria era una signora anziana che aveva sempre vissuto in totale solitudine.
Quando è morta, l'abitazione è passata ai nipoti, che in quattro e quattr’otto si sono liberati dell'eredità senza preoccuparsi di tutti i sacrifici fatti dall'anziana zia per ristrutturarla, ma soprattutto svendendo a destra e a manca tutti gli effetti personali della donna.
Conoscevo Adele solo di vista. Me l'ero immaginata triste e sconsolata che osservava da Non So Dove i suoi due nipoti distruggere il suo piccolo mondo. Me la sono anche sognata mentre camminava per la casa, triste e crucciata. Forse i rumori che mi tenevano sveglia erano anch'essi immaginari, ma non quei passi, quel bussare, quel ticchettio.
Mi giro ancora nel letto e mi avvolgo come una mummia nel suo sudario. Ho caldo ora, molto caldo, ma non voglio scoprirmi. Non voglio far capolino, non voglio far vagare il mio sguardo nella stanza buia. Distendo un braccio sull'altro lato del letto ma lo ritraggo subito: qualcosa ha sfiorato la mia mano. Un soffio leggero, un alito freddo. “Basta Giulia, basta”. Scatto seduta sul letto e accendo la luce. Sono le due e un quarto, ho sonno e una strana sensazione di non essere sola nella stanza. “Piantala con queste paranoie e dormi!”, dice la solita, saggia, parte razionale del mio cervello.
Spengo di nuovo la luce e mi distendo. Stavolta lascio testa e braccia coraggiosamente scoperte. Chiudo gli occhi e inizio a distogliere l'attenzione dal nero fitto. Penso alla spesa di domani, alle pratiche in ufficio, agli operai da pagare e...passi.
Di nuovo passi. Questa volta non dall'alto ma dalle scale. Passi nitidi, che diventano sempre più forti.

“Basta, chiudi gli occhi!”

Ma i passi continuano, fino a che si fermano davanti all'uscio. Le mie palpebre sono saldate, i miei arti gelati.

È tutto un sogno ed è ora di dormire. La chiave con cui ho chiuso dall'interno fa uno scatto e cade a terra. È un sogno ed è ora di dormire. La maniglia gira lentamente.

È un sogno? È ora di dormire.