...e l'oro dei loro corpi di Andrea Zarroli

Novembre 1893

Dalla finestra della casa in Rue de Rome, con occhi spenti, Stéphane Mallarmé osservava il cielo grigio di Parigi. Era meno rumoroso della strada, costantemente percorsa da un viavai di uomini, donne, ragazzini vocianti, carrozze trainate da cavalli, ma il colore era lo stesso. Lattiginoso e tetro. “Il colore dell’osso dentro il prosciutto”, pensò avvilito Mallarmé.
Chiuse gli occhi per assicurarsi che il dipinto fosse ancora presente nella sua mente, e fu felice di rivedere il cane arancione fiutare l’erba e la ragazza polinesiana seduta a gambe incrociate, con la pelle ambrata e la veste bianca che le cadeva dalla spalla sinistra, e la seconda ragazza poco più indietro, con il seno scoperto, intenta a suonare un flauto. Dietro di loro un fiume di acqua vermiglia, donne in adorazione di un dio di pietra e una collina chiara e rotonda.
Attraverso la tela, la ragazza vestita di bianco lo guardava. La musica del flauto si diffondeva nell’aria sopra il gorgoglìo del fiume, ma solo il cane poteva udirla. La vita era stata colta, per un attimo, nel suo scorrere lento e armonioso in un mondo lontano del quale si potevano solo intuire la bellezza, le note sottili, le preghiere nel vento, il profumo dell’erba. Le figure intorno a lei erano fatte per restare nel quadro: il cane, la ragazza con il flauto e le donne in preghiera. Il corpo stesso della ragazza dalla veste bianca non varcava la soglia del dipinto. Ma tutto ruotava intorno ai suoi occhi, la cui luce viva eludeva i limiti della tela. E quando Mallarmé si accorse che la ragazza lo stava guardando, si chiese commosso come fosse possibile mettere tanto mistero in tanto splendore.
“Arearea”, pensò. Giocosità. Era il nome del dipinto.
“Arearea”, ripeté ad alta voce, apprezzando il bel suono della parola che sapeva di libertà e avrebbe potuto essere il nome di un frutto tropicale nato nel vento.
Fuori, i rumori della strada andavano attenuendosi insieme alla luce. Nella stanza, insensibile all’odore stantio del sigaro spento nel posacenere, con gli occhi segnati dall’alcol e la bocca amara sotto i grandi baffi, Mallarmé osservava la strada e il traffico dei viandanti.
Non v’era niente d’interessante in quel pomeriggio parigino che volgeva a sera, nebuloso e freddo, benché in qualche parte del mondo ci fosse la Primavera che risaliva dal sud come una musica dimenticata. Così lui tornò a pensare a quegli occhi scuri, che valicavano i confini del dipinto stabilendo un contatto profondo tra l’uomo e un’armonia primordiale fatta di colori intensi, magistralmente uniti in una densa solarità. Occhi di ragazza che ti offrivano la bellezza selvaggia di quel mondo tante volte sognato, mai raggiunto. Occhi dolci ma penetranti, di una serenità infinita, occhi che sembravano chiederti: “Perché”. Per vigliaccheria, forse. Per pigrizia. Ormai per mancanza di forze e di entusiasmo. “Cos’è, del resto, la mediocrità umana”, rifletteva amaro Mallarmé, “Lo stagno di rane in cui galleggiamo, se non questo? Che in ogni cosa, perfino in ogni mattino sciatto e pigro, nella disgustosa compagnia di gente vuota e arrogante, nel grigiore che ci circonda e nell’illusoria consolazione dell’assenzio, in ogni cosa c’è qualcosa di desiderabile, se ti ci abitui e se la contrapponi a qualcosa’altro a cui non sei abituato...”
Tutti sapevano che il volto lieto della borghesia, tante volte ritratto dagli impressionasti, era ormai un modello in declino. Non c’era più niente che valesse ritrarre fra le barche ormeggiate ad Argenteuil o sospinte da una blanda corrente al centro del fiume; niente che non fosse già stato dipinto fra i cavalli di razza che masticavano biada nelle scuderie a Longchamps o venivano lanciati in pista per il piacere di donne dall’aria leggiadra e uomini in giacca nera, bastone e cappello a cilindro. Era tempo di cambiare, di ricercare orizzonti nuovi, più vivi e selvaggi. Ma i grandi viaggi spaventano, e solo in due avevano avuto il coraggio di partire: il poeta e il pittore.
Così Rimbaud, nell’ultima parte della sua tormentata esistenza, aveva finalmente trovato l’eternità tanto a lungo cercata di notte nella luce fioca dei bordelli, nel fumo dei cafés, nell’ebbrezza dell’assenzio. L’aveva trovata in pieno giorno nella comunione degli elementi naturali: nel rilucente incontro del cielo con il mare dall’alto di una scogliera in Etiopia.
L’altro era quello che Degas aveva definito il lupo magro senza collare della favola di La Fontaine, condannato alla povertà dal suo lucido rifiuto dell’impressionismo.
Paul Gauguin sarebbe stato un ottimo scrittore, se non avesse scelto la pittura. Ma leggendo Shakespeare aveva compreso che per quanto fosse efficace la descrizione del tormento di Amleto, di Otello o di Re Lear, le parole non potevano impressionarlo come se avesse visto il principe danese sconvolto dallo strazio scagliarsi sulla madre e scuoterla brutalmente o il generale moro avanzare nella stanza con la mente sconvolta dalla gelosia per uccidere Desdemona o il vecchio re in ginocchio accanto al corpo senza vita di Cordelia. La scrittura aveva un limite che la pittura poteva valicare. Affinché la sua arte suscitasse emozioni, lo scrittore era costretto a rivolgersi all’intelligenza del lettore prima che al suo cuore, producendo in lui una sensazione indiretta, mediata, mentre l’impatto visivo della pittura provocava un impulso istantaneo. L’immagine era preludio, svolgimento e conclusione. Nessun ragionamento o sforzo di memoria: tutto si sintetizzava in un solo istante.
Gauguin aveva capito che attraverso il colore e la linea avrebbe raggiunto un’intensità espressiva che le parole gli negavano, ma bisognava spogliarsi di tutti gli ornamenti dell’anima e risalire a uno stato originario nel quale l’armonia naturale gli avrebbe svelato il misterioso segreto del colore. Bisognava evadere da quella Parigi tanto bramata dalla maggior parte dei pittori, rifiutarne il fascino di signora leziosa agognata dai troppi spasimanti, e poiché è la luce a svelare i colori, ricercare la luce alla sua origine, a est, dove nasce il sole.
Lui lo aveva fatto mettendosi in viaggio verso il sole, liberandosi strada facendo, come un fuggiasco, dai vincoli che la cultura occidentale imponeva all’uomo – l’abnegazione al lavoro e il senso del denaro, i rigidi dettami di un cattolicesimo da troppo tempo snaturato e asservito a logiche di potere che ne rinnegavano l’essenza stessa, le condizioni del patto sociale che limitavano l’uomo privandolo della libertà naturale in cambio della protezione offerta dalle istituzioni – e tutto questo in nome di una ricerca più pura del colore, in nome della libertà, mentre Mallarmé, da pavido, non si era mai spinto a ricercare l’origine della sua ispirazione, a esplorare i boschi dove vivevano i fauni delle sue fiabe. Semplicemente non ne aveva avuto il coraggio. “Uomo...”, pensava, “punto morto di polvere e desiderio.”
Non sapeva quanta sabbia fosse rimasta nella clessidra della sua vita, ma dall’angolo più puro e incontaminato della sua mente la ragazza polinesiana lo guardava. Allora Mallarmé chiuse gli occhi e accettò l’invito. Seguendo quello sguardo volle evadere dagli angusti confini della stanza e d’improvviso, nella sua mente, fu come se un’esplosione di pesci sfavillanti erompesse in un oceano calmo. Intravide una casa di tronchi e fronde di palma che sorgeva in fondo a un sentiero, una radura di fiori accarezzati dal vento e due ragazze indigene che posavano per lui...

 

Il soffio dell’aliseo piegava dolcemente le cime delle palme da cocco, blandendo la sabbia bianca della spiaggia. Oltre la barriera corallina si apriva un mare fatto di blu e di bianco, con il bianco della schiuma sul blu intenso del Pacifico.
Dietro la spiaggia un sentiero sassoso si snodava tra le felci e i banani, sfociando in una radura cosparsa di fiori bianchi. Là due ragazze dell’isola posavano per un pittore.
Era un uomo magro, robusto di spalle, i baffi biondicci sotto il naso aquilino e la barba trascurata. La bocca, sensuale o sarcastica a seconda del movimento delle labbra, copriva a stento due file di denti da cavallo. Il naso, adunco e duro, tendeva la pelle così che sul ponte appariva bianca. Indossava un camice celeste e si sforzava di controllare il tremito delle proprie mani. Aveva gli occhi cerchiati da piccoli occhiali di metallo, ma ormai non vedeva bene neanche con quelli. Le ossa gli dolevano, soprattutto la caviglia che si era fratturato in una rissa con dei marinai, una notte che era sbronzo, sulla banchina del porto di Cancarneau.
Eppure dipingeva perfettamente concentrato, attingendo in punta di pennello i colori accesi della tavolozza con la gigantesca delicatezza di un elefante che raccogliesse una nocciolina.
Le giovani tahitiane avevano preso forma sulla tela. Nel dipinto l’erba si era uniformata al colore dei fiori, divenendo un manto viola sul quale la prima ragazza sedeva con il volto reclinato sulla spalla e il corpo sorretto dal braccio sinistro teso. Le punte rosee dei seni risaltavano sul petto florido, le prime costole in evidenza e poi, più in basso, la fossetta dell’ombelico e la rosa nera del pube nel punto in cui le cosce si toccavano. Dietro di lei un’altra ragazza in ginocchio, con il seno in parte coperto dalla spalla della compagna e la stessa morbida, sensuale inclinazione del collo e del volto.
Quando il pittore aveva spostato gli occhi dal dipinto alle ragazze che erano là per lui, infinitamente più belle dei loro ritratti sulla tela, leggiadre come il profumo dell’oceano nell’aliseo, con la pelle color di tè bronzodorato e negli occhi quello sguardo asiatico che sembrava conoscere l’altro lato delle cose, allora si era sentito felice della bellezza naturale e armoniosa alla quale aveva votato la sua vita. Le aveva amate finché aveva potuto, aveva dato loro dei figli e poi aveva continuato ad amarle con gli occhi malati e tutto il suo cuore, non più con il corpo ma con le dita che si muovevano sulla tela disegnando le linee e stendendo i colori, narrando le forme della sua religione profana.
“Hanno occhi scuri e profondi come la notte dalla quale tutti noi veniamo”, pensò incantato. “Sembrano il fiore pensieroso del mondo...”
In quell’attimo sentì mancargli il respiro ed ebbe appena il tempo di portarsi un fazzoletto alle labbra. Quando l’accesso di tosse fu terminato, gli occhi gli lacrimavano e il fazzoletto gualcito era macchiato di rosso. Con irriducibile interesse il pittore esaminò il proprio sangue, apprezzandone il bel rosso vivo.
“Chissà? Forse i sifilitici e gli alcolizzati saranno gli uomini dell’avvenire”, ironizzò con se stesso. E usò quel sangue per rifinire il colore di un cespuglio di stelle di natale dietro i volti delle ragazze. Quei volti incantevoli dalla pelle liscia, morbidi profili di luna, i capelli neri come cascate notturne lungo le schiene, la pienezza dei fianchi, la delicata anfora del ventre…


ET L'OR DE LEUR CORPS
P. GAUGUIN 1901