La città elementare

 La città elementare di Roberto Bonaldo

Sono chiuso in casa da quattro giorni. Senza un motivo preciso, ma per una somma di motivi. Fra poco mi ascolterò alla radio, non per debordante narcisismo, ma per controllare una volta di più la qualità della registrazione realizzata con le nuove apparecchiature. E ascolterò la mia voce imbottita di falso buonsenso dire: … “La sera arriva così, non credo si concentri troppo. Accade e basta, di sicuro arriva trainata da un centinaio di cavalli generati da involucri di lamiera, arriva con gli interrogativi sul che fare, sul dove andare, per qualcuno arriva con una lucetta sotto al cappello, con una lacrima bianca disegnata sull’angolo dell’occhio e con una massima aspirazione: essere anonima ma decisiva. E la sera, così come nasce, allo stesso tempo scompare, se ne va con il volto tra le mani e un mazzo di chiavi nelle tasche, se ne va senza salutare, sparisce in un attimo, abbagliando come un lampo dentro ad una notte insidiosa… Poi il tappeto vola sotto ai piedi, le campane suonano e le chiavi si spezzano, tutte, una dopo l’altra dentro serrature arrugginite. Capito la parabola? Neanch’io, ma forse volevo solo dire restate aggrappati alla vita e divertitevi…”
Sempre le stesse cose. Io invece non so e nemmeno ho voglia di domandarmi che cosa farò questa sera. Tanto probabilmente farò quello che ho fatto ieri sera, ammesso che me lo ricordi. Sono davvero saturo del gruppo di monomaniaci col quale ho a che fare ormai da così tanto tempo che, spesso, confondo la mia immagine con quella riflessa allo specchio da uno qualunque di loro:
BEBE'…Bebè e la sua libido che si scatena ogni qualvolta si
parli di orchestre di liscio, non tanto per la musica, che gli fa schifo, quanto per le cantanti di queste orchestre, per quella casereccia sessualità che si portano dentro quelle, quasi sempre, abbondanti forme padane. Non ho nulla contro le cantanti delle orchestre di liscio, sono donne, ma prima ancora cantanti di orchestre di liscio e non riesco proprio a comprendere la passione di Bebè
BIRRA…Birra con quel soprannome che non s’è mai capito da dove nasca giacché lui beve solo lemonsoda tagliata con la sambuca
TOPO…Topo con quella faccia da cavia di laboratorio, ex paninaro ma ora fervente discepolo del Maestro Mcdonald, capace di tuffarsi dall’altezza di due metri dentro un ditale di Ketchup
MOBY… Moby, unica donna del gruppo ma che pesa quanto tutti noi messi insieme, non parla mai perché ha sempre la bocca piena (perlomeno è educata)
No, questa sera con l’Agglomerato non ci esco. Questa sera vado da Onlybella, le citofono e le chiedo di uscire. Peccato che sappia già in anticipo cosa mi risponderà. Con quella sua calda voce da quaranta sigarette al giorno mi dirà di salire e dopo avermi fatto fare i sei piani di scale, tenendomi sulla porta, prenderà un lungo respiro e mi comunicherà che… - vorrei tanto uscire con te stasera ma ho le orecchie a sventola i capelli a spazzola e le tette a nuvola mi vergogno del mio presente e di non ricordare del mio passato niente ma vorrei tanto poter uscire con te stasera liberarmi dalle schede neuropsichiche e sciogliere quelle macchie che danzano meccaniche davanti ai miei occhi che hanno l’espressione di chi spera ancora e sempre ingenuamente beatamente in qualche porta dimenticata aperta o perlomeno con la serratura difettosamente funzionante…-.
Povera Only Bella, però, da quando frequenta il Centro Diurno Psichiatrico, qualche miglioramento effettivamente c’è stato. Certo, parla sempre senza virgole e quasi in rima, però almeno non devasta più gli asili nido. Me la ricordo, Onlybella, ricordo la femmina più patita del mondo quando venne a fermarmi davanti al mio treno.
Sue erano gambe accaldate, suo era un respiro muto, suo era un cuore che io ascoltavo battere dentro le mie orecchie. Venne agitando i capelli e la sera. Mi fermò guardando il mio viaggio dimenticarsi della mia faccia. Mi fermò e aveva gli occhi sgranati. La stazione confondeva i lati bui dell’interno con quelli fuori della luce artificiale e lei mi prese per la manica e mi trascinò in un giardino meraviglioso, di cui non ricordavo l’esistenza e lì, in un angolo mai esplorato, si scoprì il ventre che cominciava ad arrotondarsi e poi più giù verso folli odori… Sue erano le gambe morbide, suo era un petto bollente, suoi erano i liquidi dell’amore. È un ricordo sempre vivo nei miei deliqui, è un sogno caldo, disteso sulla mia pelle silenziosa. È il ricordo di una femmina patita, di un’innamorata, di una ragazza mai diventata madre. Povera Onlybella, non ha mai voluto condividere il suo dolore. No, forse meglio non andare da lei questa sera…Magari telefono a Logodream. Logo sta per logorroico ma anche per un disegno che solo lui ha in mente. Logo ha un solo sogno: edificare una città tutta sua, che sia inequivocabilmente al servizio degli esseri umani, ma da un punto di vista ecoetico, lui la chiama la Città Elementare… Io voglio particolarmente bene a Logo, perché è un sognatore di questi tempi, perché è il romantico smarrito e dimenticato dall’Agglomerato. È capace di restarsene chiuso in casa per settimane, completamente perso nel suo fantastico progetto. Gli voglio bene, ma, quando non ti ascolta, lo arroterei. Io provo a chiamarlo, chissà che questa sia una serata da libera uscita…
- Pronto Logo? Sono io, come sei piazzato, che fai stasera?
- Sto cercando fondi per costruire una città psichedelica, senza fondamenta, che si ricicli attraverso il trattamento, che so io…di ortaggi ad esempio!
- …veramente io dicevo stasera…
- …scatole che hanno contenuto regali, calendari vecchi, posters di stazioni orientali, sai ho letto la Bibbia durante la convalescenza per l’operazione al rene e mi ha letteralmente angosciato, è il libro più terrorista che abbia mai letto, in compenso mi ha dato due o tre suggerimenti buoni…
- …sono contento per te ma io volevo sapere stasera…
- …e cosi adesso mi sono impegnato a cercare fondi per inventare una città trasfigurata. Chi di voi ha voglia di buttarsi in questa impresa? Basta una piccola quota iniziale e bada, non sto parlando di soldi…
- …meno male…
- …parlo di cose più concrete, brandelli della vostra vita oscura, qualcosa che interrompa al più presto la vostra monogamia retorica, che vi risvegli dal torpore della storia che vi lega ai recessi fognari di questa Noncittà…
- - ...sì, va bene, però stasera esci, magari ce ne andiamo io e te a mangiare una pizza e poi...
- …ho paura di vivere fluttuando nell’attesa di veder comparire le prime strade, colline e case della nuova Città eutanasica che voglio costruire…
- …appunto, è per questo che ti propongo uno svago…
- ...lo sai che la città dove viviamo non ha mai avuto storia perché, essendo fortificata, fu soggetta a molte demolizioni...
- …non avevo dubbi in proposito…
- …forse storcerai il naso, dirai che questa è storia vecchia…già, vecchia ma mai per questo superata e io non mi sono ancora rassegnato, per questo cerco fondi per costruire una Città onirica su una terra di magie elementari…
- …Logo, ti prego, voglio solo sapere cosa fai stasera, io non me la sento di uscire con l’Agglomerato, ce ne andiamo insieme da qualche parte e…
- …sai a volte, anzi spesso, mi sorprendo a pensare alla possibilità reale di vivere in un luogo di sogno, incantato, ma non le classiche isole da cartolina, da sogno perché l’andatura che assumerei camminando fra le vie di questo posto ricorderebbe una specie di ralenti infinito e delicato, e incantato perché portatore di canti evocativi…
- …Logo…
- …la terra calpestata, il suolo sul quale camminiamo tutti i giorni, tu, io, noi, dimentichiamo che ha una storia che risale a prima dell’avvento delle città, risale all’avventura umana, non importa che adesso sia irriconoscibile, maltrattata, banalizzata. Ha avuto dignità storica, a questo non pensiamo mai. Cosa cambierebbe se ci pensassimo? Probabilmente nulla, a parte una quota viva in più di rispetto per noi stessi…
- …Logo ti scongiuro…
- …come i piaceri della vita, che cosa sono i piaceri della vita? Ebbene occorre saperli scegliere senza bisogno di accumulare certezze ad ogni costo, amori, oggetti e quant’altro ancora come se fossero reliquie da ammucchiare, collezionare, accatastare, per riempire un contenitore che una volta colmo dovrebbe tacitare la coscienza, convincere che si è fatto tutto il possibile secondo i canoni merceologico-spirituali, per sentirsi in sintonia con il tempo…
- …dio, Logo se sapessi come fermarti solo per un attimo…
- …i piaceri della vita sono spazzolate sulla prima pelle che tirano il sangue a una volata finale, impazzita ed esaltante, una corsa contro l’immobilità e il silenzio degli ignoranti…
- …per dirti che esisto, stasera più che mai e che ho bisogno di vivere…
- ...i piaceri della vita sono un effetto sonoro, un miscuglio di rumori terreni e sfregamenti di nuvole, e tu in mezzo, al centro della guerriglia, guardi la donna che hai sempre voluto che ti viene incontro e ti mormora sulle labbra “ti aspettavo, hai portato con te delle immagini lente e descrittive? Allora formiamo una famiglia, io, te e qualcun altro che presto arriverà. Il merito di popolare una città giusta sarà tuo e mio…” Ecco, la Città Elementare è un semplice movimento dell’occhio, naturale e necessario, che accompagna il tempo e lo ingentilisce…

Ci rinuncio, lo saluto (ma tanto non se ne accorge) e spengo il cellulare…però mi piace quello che dice e come lo dice, è un passionario Logo, un pazzo le cui visioni guarirebbero tante menti.
Poso il cellulare sul tavolo, mi cambio ed esco. Ho deciso. Esco, anche se non so dove andare.
Mentre cammino le parole di Logo mi tamburellano nella mente e nel torace. Mi piace quando dice che è una città da inventare come nei migliori giochi che hanno svezzato la fantasia di noi bambini. Forse è da lì che bisognerebbe ricominciare, lo si dice sempre, sicché è diventato un luogo comune e come tale senza più forza convincente. Non si può rimanere bambini per sempre, questo s’impara ad accettarlo, ma anche diventare adulti può non essere obbligatorio. Mentre cammino da solo sono talmente concentrato, o distratto, che non so dove sto andando, continuo a ricordare frammenti psichedelici dei discorsi di Logo, sono parole di schietta utopia ma che mi bruciano il sangue.
In effetti, sto camminando da un po’ e…ho come una strana sensazione: le strade mi sembrano parquet di legno vivo che scorrono sotto i miei piedi alleviando la fatica del mio peregrinare. Sembrano avere un pregio unico e sbalorditivo: risuolano le mie scarpe come ciabattini instancabili e invisibili i cui attrezzi sono delicati e silenziosi. Si prendono cura dei miei piedi fasciandoli di armonici brividi musicali che mi trasportano senza alcuna fatica nei luoghi che desidero siano miei. E poi guardo le case, pare quasi pongano le fondamenta su pensieri positivi, appaiono come piccoli alberghi di lusso densi di frenesie e come capanne di seta sulle quali appoggiandomi avverto un calore puro riscaldarmi la carne e alleggerirmi dai pesi. Ho come l’impressione che le case dondolino al vento e che trasmettano sussurri, mi pare si commuovano quando entro al loro interno e scoprano con garbo se sono innamorato e mutino in continuazione il colore della facciata inventando tonalità che solo i miei occhi possono percepire...tutto questo non è possibile… ci dev’essere una spiegazione. Vado a casa di Logo, vado a parlare con lui, vado a dirgli quello che mi sta accadendo. Casa sua non è lontana, ho le chiavi, me le ha date lui perché non apre mai a nessuno, le ha date solo a me. Ecco, salgo di corsa le scale, ho persino timore di quello che gli dirò. Apro la porta, corro nella sua stanza perché so che lo troverò lì, ancora al telefono. Spalanco la porta della sua camera e lui, in effetti, è lì… solo che i suoi piedi sono all’altezza dei miei occhi e stanno oscillando come un metronomo annoiato. Alzo gli occhi, anche se le mie pupille fanno resistenza, lui mi guarda ma non mi vede e a me sembra uno sguardo deluso, lo sguardo di chi mi rimprovera di non averlo ascoltato...