Da dentro

Da Dentro di Giancarla Amato

Tra poco si mangia. Poi mettiamo a posto la cucina, facciamo un breve riposino e poi dritti in piscina. Il nuovo corso di aquagym è grandioso: musica, divertimento e tante ragazze. Ci scateniamo per un’oretta e poi, come sempre, ci rilassiamo davanti a un bel cappuccino nel bar del centro sportivo, un po’ di chiacchiere con le amiche e poi di nuovo a casa per la cena. Giornata perfetta.
Quindi iniziamo a cucinare con un certo entusiasmo, canticchiando piano una canzone, poi, fregandocene dei vicini, azzardiamo degli acuti, seguendo la voce cristallina della nostra cantante preferita. In questa atmosfera festosa, ci mettiamo a preparare un pranzetto veloce: petto di pollo e insalata. Non è il massimo, ma almeno ci aiuta a mantenere la linea perché ultimamente stiamo prendendo un po’ troppi chili. Ma la musica ci conquista e, accennando dei goffi passi di danza,
smettiamo di pensare a quanto siano buone le lasagne e a quanto siamo ingrassati.
A noi due basta poco per stare bene, ci basta stare insieme.
Nessuno al mondo la conosce come me, io so capire quando è triste, quando qualcuno le sta antipatico, quando qualcosa le piace, quando una situazione la imbarazza e quando, invece, vorrebbe che un certo momento non finisse mai. Conosco il suo colore preferito, il suo fiore preferito, il suo vestito preferito, i film che la fanno sognare e le canzoni che la commuovono. E sono l’unico a sapere ogni suo segreto, anche il più insignificante. Con me, lei non è mai in imbarazzo, non è mai insicura, può essere sempre se stessa. Perché io la amo per quella che è e lei mi ama per quello che sono.
Con lei, ogni giornata può diventare speciale, anche la più banale, come oggi.
Il pollo è quasi cotto e l’insalata è già condita. Riempiamo la brocca dell’acqua e stendiamo la tovaglia a fiori sul tavolo. Questa tovaglia, ad esempio, le piace tanto perché i suoi colori vistosi le danno il buon umore. Se fosse per lei, vorrebbe sempre essere circondata da un tripudio di colori. Io invece non so ancora cosa mi piace. Mi sembra sempre che ogni cosa vada bene, che ogni cosa sia una piacevole sorpresa. Anche le cose brutte mi ispirano una curiosità atavica ed esercitano su di me un fascino misterioso. Non so perché. Ma quello che so di certo è che amo tutto ciò che lei ama e odio tutto ciò che lei odia. Perché riesco a sentire dentro di me le sue emozioni, le sue sensazioni, come se fossi lei.
Un rumore di chiavi si percepisce appena sotto la musica a tutto volume: è lui.
Speriamo che sia una giornata buona.
Spegne la musica: non è una giornata buona.
Ci immobilizziamo e, voltandoci verso di lui, accenniamo un sorriso teso e vagamente falso.
- Come mai già qui?
- Non sei contenta?
- Certo! Solo che non ti aspettavo così presto. Tutto bene?
- Sì. Ma avevo uno strano presentimento. E così sono tornato prima.
- Quale strano presentimento?
- Cosa festeggi?
- Niente. Perché?
- La musica…Ti ho sentita cantare. Sembravi allegra.
- Lo sono.
- Vedo che già è pronto. Vai a quello stupido corso con le tue stupide amiche?
- Non sono stupide e il corso mi serve, lo sai.
- Non ti serve. E, sì, le tue amiche sono stupide e ti fanno perdere un sacco di tempo.

Oggi è più nervoso del solito, oggi è una di quelle giornate in cui è meglio non dargli torto, una di quelle che, qualsiasi cosa dici, sbagli, una di quelle che vorresti cancellare dal calendario. Forse qualcosa a lavoro è andato storto, forse qualcuno lo ha fatto arrabbiare o forse, semplicemente, gli è presa così. Ma non c’è niente che possa giustificare il suo comportamento. Qualsiasi cosa gli sia successa fuori da quella porta, non lo autorizza a dire e a fare tutto ciò che gli passa per la testa.
Sta cercando il modo di provocarci, lo fa ogni volta. Ma dobbiamo resistere. Non dobbiamo lasciarci trascinare nel suo gioco. Dobbiamo cercare di tenerlo a bada e di rispondergli con prudenza. Certamente non è facile. È una persona insopportabile. E quel suo tono di voce beffardo e sospettoso ci fa venire voglia di urlargli contro. Ma è meglio restare calmi perché con lui ci si rimette sempre.
- Non tolgo tempo a nessuno.
- Lo togli alla casa. E a me! Non vedi quanto disordine? Mi fai vivere in un porcile, mi fai mangiare roba surgelata e non mi tratti come merito. Forse ti sei stancata di me?

Squilla il cellulare. Dannato cellulare!

- Ma no. Lo sai che non è vero.
- Rispondi!
- Non è importante, adesso.
- Rispondi, ti ho detto!
- Pronto… Ciao, Elena… Quale? Io me lo porto. Non si sa mai… Ok. Ci vediamo alle cinque. Viene anche Paola? Ehm… sì, tutto bene. Sono solo un po’ stanca. Lo so… Va bene. A dopo.
- Chi era?
- Elena.
- E chi è?
- Una del corso.
- Sicura?
- Certo.
- Mi sembravi piuttosto imbarazzata.
- Solo perché ci sei tu.
- Vuoi dire che io ti imbarazzo?
- No. Però…
- Chi era al telefono?!

Non voglio più sentirlo. Dovremmo girarci, aprire la porta e andarcene via, una volta per tutte. Ma non si fa mai quello che dico io. Ecco! Sta per ricominciare. Ti prego, resta calma! Non rispondere!
Per una volta, stammi a sentire!

- Ti ho detto che era Elena! Controlla il cellulare, se vuoi.
- Io non mi faccio prendere per il culo da te! Né da te né dalle tue amiche, sempre che sia vero, che non sia un amico!
- Io non ti…
- Non alzare la voce con me!
- Non sto alz…
- E non guardarmi in quel modo! Pensi che sia un coglione?
- Ma no. Lo sai che non ho mai pensato una cosa del genere. Mi dispiace se ti sei sentito preso in giro. Non volevo. Dai, mangiamo, ce n’è abbastanza per tutti e due.
- Lo vedi: non te ne frega niente! Stiamo cercando di parlare e tu vuoi tagliare corto con la scusa del pranzo.
- Non è per quello. È che…
- …È che la signora deve andare al centro sportivo e si deve sbrigare a pranzare, mica può perdere tempo a parlare con suo marito, deve correre a fare la scema con quelle quattro sgallettate. Ecco che fine fa il tuo pranzetto da ospedale!
- Fermo! Non gettarlo!
- Tanto faceva schifo sicuramente. Come questi bicchieri che ti ha regalato tua madre, quella stronza che ha messo al mondo un essere inutile. Se ti avesse educato come si deve, adesso non toccherebbe a me insegnarti a vivere.
- Fermo! Lo sai quanto ci tengo a quei bicchieri. Ti prego. Fermo! Ti sentiranno i vicini.
- Smettila di frignare, non me ne frega niente dei vicini! Venissero qui! Ne ho anche per loro.
- Falla finita! Ti ho chiesto scusa.
- Scusa un cazzo!

Non parlarle in questo modo, vigliacco! E spostati ché ci aliti addosso quel fetore di tabacco stantio!
Sei brutto e puzzi, sei brutto e ti permetti anche di essere cattivo, sei brutto e ti senti migliore degli altri, sei brutto e meriti di stare solo. Vattene via e lasciala stare! Smettila di farle paura! Non vedi che sta tremando? La verità è che ci godi a sentire l’odore della sua paura. Sei come una bestia feroce che gioca con una piccola preda terrorizzata. Ma ti sei mai chiesto veramente se tu sei il vincitore o il vinto? Forse la risposta potrebbe non piacerti.

- Ma non ho fatto niente! Perché devi sempre…
- Ti ho detto di abbassare quella cazzo di voce! E togliti dalla faccia quell’espressione da
maestrina. Altrimenti…
- Altrimenti?
- Mi stai sfidando? Vuoi vedere di cosa sono capace? Bene! Adesso lo vedrai, brutta stronza!
- No, ti prego! Lasciami! Ti chiedo scusa. Hai ragione tu. Ti prego, mi fai male! Il braccio! Ahi! Così me lo spezzi! Ti prego, non parlo più! È colpa mia, sono una stupida. Ti prego. Ti prego. Ti prego!

Lasciala stare! Smettila! Perché non mi ascolti? Fermati! Le stai facendo male. Ehi, ce l’ho con te!
Mi senti? Ma, almeno lei, la senti? Non senti che sta urlando? Non senti che ti sta implorando?
Com’è possibile che non ti rendi conto di quello che fai? Magari sei anche convinto che lo fai per il suo bene? Io, questa cosa, non riesco proprio a capirla. Ma so che vorrei tanto spaccarti la faccia.
Fermati! Ti sta chiedendo scusa senza aver colpa. Si è rannicchiata a terra senza forza e senza speranza. Non ti basta? Perché continui a colpirla? Lasciala stare! Smettila! Ma perché nessuno mi ascolta?

- Ne hai abbastanza, adesso? Guarda cosa mi costringi a fare! Non ti vergogni? Alzati e smettila di piangere come una bambina viziata! Non ti sei fatta niente. E datti una sistemata ché sembri una tossica! Io vado a prendere le sigarette. Per colpa tua, non riesco mai a smettere. Rovini sempre tutto!

Sbatte la porta: finalmente se n’è andato.
Ora siamo soli. Io e te. Sento il tuo cuore che batte forte, le tue lacrime silenziose. Stai ancora tremando. Ma non devi preoccuparti per me. Io sto bene, sono solo arrabbiato. Smettila di piangere!
Ci sono io con te. Ehi, ma non mi senti? Aspetta… Provo a cambiare posizione. Scusa, forse dovrò darti un paio di calci. Ecco, ci siamo! Ora so che mi senti. Hai poggiato una mano sulla tua pancia e mi stai coccolando. E ti sforzi anche di canticchiare. Sei davvero straordinaria, così fragile e così forte allo stesso tempo. Anche in un momento come questo, riesci comunque a prenderti cura di me e già sento che stai allontanando i pensieri cattivi e che tra poco ti rialzerai e continuerai questa giornata, come fai sempre. Io non so dove lo trovi, tutto questo coraggio.
Adesso asciuga i tuoi tristi occhioni verdi e va’ a lavarti il viso, cambiati il vestito, metti un po’ di cose nella borsa e usciamo di corsa, usciamo e non voltiamoci indietro, usciamo e ricominciamo da capo, io e te. Usciamo e dimentichiamo tutto.
Vorrei portarti al mare, vorrei vederti sorridere mentre respiri quel profumo di aria salmastra e pulita, vorrei che facessimo una lenta camminata lungo l’orizzonte, immersi in questo sole tiepido di inizio estate.
Un sospiro ti gonfia il petto e allora provo un’altra volta a cambiare posizione perché tu possa sentirmi ancora. E ti faccio una promessa, mamma. Ti prometto che, quando uscirò da qui, lui non ti toccherà più, che ti proteggerò io, come fai tu con me ogni giorno. E nessuno avrà più le tue lacrime.