Ar Quadraro ce sta Vita di Sabrina Ferri

 Ar Quadraro ce sta Vita

Ar Quadraro ce stanno i zingari. Ar Quadraro ce stanno i drogati. Ar Quadraro ce sta brutta gente. Questo mi sento dire spesso da chi non vive come me dal Quadraro. Ma qui io ci sono nato e cresciuto, il Quadraro è il mio quartiere. Oggi è una bella giornata di novembre, il sole splende alto nel cielo, anche se riesco a scorgere qualche simpatica nuvola sparsa qua e là. Dopo aver indossato il mio maglioncino preferito, quello color verde pistacchio, ho deciso di uscire, come accade tutti i pomeriggi da ormai circa dieci anni. Sì, per molti potrei essere un vecchiaccio qualunque, destinato a passare le mie monotone giornate dentro casa, ma sinceramente non me la sento di marcire fra quelle quattro mura. E poi mi piace camminare, incontrare gente, crogiolarmi soprattutto della mia età. Insomma a novant’ anni suonati faccio ancora un sacco di cose, non ho mezza ruga e posso respirare l’aria a pieni polmoni. Questione di fortuna? Non so, quello che è certo è che amo la vita.
Passeggio fino al centro anziani che è proprio qui, a duecento metri da casa mia. Oggi il mio vicino di casa, Biagio, non è potuto venire. Sua moglie è stata colpita da un brutto virus influenzale. Mi avvicino al centro e già vedo i miei amichetti seduti ai tavoli fuori. Qualcuno ride, qualcuno tira la carta, qualcun altro alza la voce irritato. Una cosa che ho imparato qui è che tutti vogliono vincere facile e che basta una mossa falsa per dare inizio a furibonde litigate.
«Ciao ragazzi!», dico, salutando con un cenno della mano.
«Ciao, Pietro! Ti unisci a noi?»
Vedo che le sedie sono tutte occupate.
«Non c’è posto!», risponde Gianni al mio posto, ottanta anni, geloso dei suoi tre compagni di gioco.
«Tranquilli, sarà per la prossima».
Procedo ancora di qualche passo e arrivo fino all’ultimo tavolo, quello vicino all’entrata. Ci sono due uomini e una donna. Stanno giocando a scopa. Uno dei due l’ho già visto, si chiama Marco ed è vedovo da settembre. Gli altri due, invece, è la prima volta che li vedo.
«Posso?», chiedo.
«Certo. Tu sei?» chiede l’altro vecchietto, quello che ancora non conosco.
«Pietro. E…voi?»
«Io sono Marco, già ci siamo presentati una volta. Ricordi?»
Rispondo con un largo sorriso. «Sì, eravamo seduti vicini nel pullman quando abbiamo fatto la gita a Orvieto». Eh già, perché noi vecchietti del centro anziani Quadraro facciamo tantissime gite e il tutto a meno di dieci euro. Qui ci si diverte un mondo.
«Io mi chiamo Angelo e lei è la mia amica…»
«Evita.»
«Come? Bel nome Vita.»
«No, Pietro. Evita, non Vita», rimarca Angelo emettendo un colpo di tosse.
Ok, lo ammetto. Un difetto ce l’ho. Sono abbastanza sordo, ma ho sempre rinunciato agli apparecchi acustici. Non voglio diventare una specie di robot. Così ci metto tipo qualche minuto buono per capire che quella splendida donzella seduta davanti ai miei occhi si chiama Evita e non Vita.
Insieme passiamo un bel pomeriggio, vinco tre volte e faccio rosicare abbastanza i miei avversari. Evita no, lei non rosica, lei alla fine mi guarda con uno sguardo incantevole. Io mi sono già innamorato dei suoi occhi grandi e dolci e dei suo orecchini pendenti. Alle diciotto Angelo e Marco se ne tornano a casa e così restiamo io ed Evita sotto la luce dei lampioni.
«Ti va una passeggiata?», le chiedo. Non la sto corteggiando, a novant’anni non puoi corteggiare nessuno, visto che il tuo tempo sta per scadere.
«Sì, dai! Tanto a casa non mi aspetta nessuno.»
Non oso chiedere. Magari ha perso il marito da poco e non vuole parlarne. Qui al centro anziani Quadraro devi farci l’abitudine. Tutti, prima o poi, se ne vanno.
La porto al Parco degli Acquedotti, una perla del Quadraro. Si vede poco, così ci spingiamo lì dove è più illuminato e ci stanno le giostre per i bambini. Ci sediamo su una panchina, su nel cielo buio la luna è tonda e sembra osservarci.
«Sai, è la prima volta che accetto un invito a cena», dice lei quasi in un sussurro.
«Ma questo non è un invito a cena!»
Evita sorride e scopro che le vengono due belle fossette sulla guance. Ha i capelli bianchi, raccolti in uno chignon sulla nuca.
«Beh, è comunque un invito.»
«Sì, ma non a cena.»
Ridiamo e chiacchieriamo. Il tempo passa veloce e mi sembra di conoscere Evita da sempre. Mi racconta che ha lavorato come sarta e che adesso vive da sola, suo marito l’ha lasciata molto tempo fa per una modella del Brasile. Poi mi dice del suo nome, del fatto che l’hanno chiamata Evita perché quando è nata ha rischiato di morire e si è salvata per miracolo.
«Volevano chiamarmi Vita, ma poi hanno pensato che Evita fosse più bello.»
«Vita, proprio come pensavo io che ti chiamassi fino a poco fa. Devi scusarmi, ma sai, sono un po’ sordo. Comunque sono entrambi nomi bellissimi».
Si fa sera, è ora di tornare a casa. Ho preparato la minestrina, a cena mi piace restare leggero.
«Allora ciao, ci vediamo presto!»
Evita mi saluta con un bacio sulla guancia. Arrossisco. Sto per andarmene, ma poi ci ripenso.
«Senti, ma che fai tu stasera?»
«Minestrina e TV», risponde lei facendo spallucce.
«Anche io. Che ne dici se andiamo a mangiare una pizza insieme?»
Evita mi corre incontro e mi abbraccia: «Hai visto che era un invito a cena?»
«Già! Senti, ma ti dispiace se continuo a chiamarti Vita?»
Lei annuisce, mentre io penso che da adesso in poi il mio quartiere sarà ancora più bello perché ar Quadraro ce sta Vita.